sabato 30 gennaio 2016

Orgoglio ed umilta'

"l’orgoglio è un male così comune tra gli uomini, che mai abbastanza si predicherà e si inculcherà la necessità di perseverare nella pratica della santissima e amabilissima virtù dell’umiltà.

I nostri peccati, per quanto brutti siano, possono trasformarsi in arma potentissima contro l’orgoglio, e diventar occasione di salute e di perfezionamento.

Difatti, se l’orgoglio consiste nella stima e nell’amore disordinato alla nostra pretesa superiorità , l’umiltà consiste "nella vera conoscenza e nel volontario riconoscimento della nostra abiezione"


... L’arte di utilizzare le proprie colpe Giuseppe Tissot

La fede sposta le montagne della nostra vita

Spesse volte Gesù parla della forza della fede: “Sposterete le montagne”; spesse volte accusa i discepoli di essere uomini di poca fede. Cos’è in realtà questa fede? È un appoggiarsi su Gesù e sul mistero che egli racchiude: sul Padre che lo invia, sullo Spirito che sta sopra di lui e dentro di lui. È un abbandono integrale, senza riserve, che crede in Cristo e crede Gesù Cristo, una consegna totale di sé che modifica il giudizio, l’affezione e l’azione dell’io. Nella continua lotta che l’uomo intrattiene con se stesso in ogni circostanza dell’esistenza la fede è, istante dopo istante, un’uscita da sé per lasciarsi riempire dalla dolce presenza di Gesù. Ancor meglio, la fede è la povertà dello spirito.

Questa riflessione è tratta dalle letture del Mese di Gennaio 2016 www.LaParola.it

C'è un tempo in cui l'anima vive in Dio e ce n'è uno nel quale Dio vive nell' anima. Quello che è proprio a uno di questi tempi, è contrario all' altro. Quando Dio vive nell' anima, questa deve abbandonarsi totalmente alla sua provvidenza; quando l' anima vive in Dio, essa si munisce con cura e con regolarità di tutti i mezzi che ritiene in grado di condurla a questa unione. Tutti i suoi pensieri, le sue letture, i suoi programmi, le sue revisioni, sono fissati; è come se avesse una guida al fianco da cui tutto è regolato, perfino il tempo di parlare. Quando Dio vive nell' anima, essa non ha più niente che le venga da se stessa.
Quest'altra riflessione è tratta da un volumetto scaricabile gratuitamente da internet: L'abbandono alla divina provvidenza di Jean-Pierre de Caussade

In entrambe le riflessioni vien fuori che la fede altro non è che il collante che ci  unisce a Gesù. Attraverso di essa si diventa partecipi dell'onnipotente amore di Dio.

sabato 9 gennaio 2016

La presenza forte di Gesù

San Lorenzo Giustiniani affermava  «Chi non utilizza il Signore quanto più gli è possibile, mostra di non apprezzarlo»; « Un servo del Signore evita anche le piccole mancanze, perché la sua carità non si raffreddi»; «Dobbiamo evitare gli affari troppo complicati; nelle complicazioni c’è sempre lo zampino del diavolo ».  vedi anche  http://blog.studenti.it/biscobreak/2013/01/san-lorenzo-giustiniani/

Il primo punto è molto interessante e quindi da comprendere e da mettere in pratica.
Il Signore è sempre "con noi", quindi bisogna vivere con questa consapevolezza comportandosi di conseguenza.
Egli è sempre disponibile col suo infinito amore ad aiutarci, in ogni occasione. Questo è il punto di cui dobbiamo far tesoro. In ragione di ciò incrementiamo, un po' per volta, le richieste del suo intervento.

Egli non ci aiuta solo nelle cose più difficoltose e complicate che possiamo incontrare nel nostro viver quotidiano. Purtroppo siamo abituati a ricorrere a Lui, spesso nelle situazioni che appaiono lontano dalla nostra capacità di poterle risolvere.

Invece Egli è pronto, anzi aspetta, desiderosamente, di essere chiamato in aiuto anche nelle situazioni "ordinarie", quelle cioè che crediamo di poter affrontare da soli, ma che poi
spesso non vanno per il verso giusto.

Iniziamo, allora, a considerare Gesù, il fratello che può intervenire, sempre ed in modo determinante, in ogni momento della nostra vita, con la soluzione migliore.
Può essere il recupero di un ritardo sul lavoro, il trovare un posto per parcheggiare, un libro che cerchiamo o l'idea giusta per un regalo, il trovare facile ottenere una prenotazione di cui abbiamo bisogno, trovare il medico giusto o la persona che può consigliarci a risolvere una determinata questione e cosi via.

Comprendete?


mercoledì 6 gennaio 2016

Morire a se stessi

L' abbandono a Dio e' importantissimo, morire a se stessi fa si che eliminiamo ogni ostacolo all' ingresso "operativo" di Gesu' nella nostra vita.

Dall'opera "L'Evangelo come mi e' stato rivelato di Maria Valtorta edizioni cev.

Gesu' dice:

"So che tutto è andato bene. Io sorreggevo con la preghiera le anime degli apostoli usciti dall'orazione con una forza nuova nella mente e nel cuore. Una forza che non viene da studio umano ma da completo abbandono in Dio.

Coloro che più hanno dato sono coloro che più si sono dimenticati. Dimenticare se stessi è ardua cosa. L'uomo è fatto di ricordi, e quelli che più hanno voce sono i ricordi del proprio io.

Bisogna distinguere fra l'io e l'io. Vi è lo spirituale io dato dall'anima che si ricorda di Dio e della sua origine da Dio, e vi è l'io inferiore della carne che si ricorda di mille esigenze che tutto abbracciano di se stessa e delle passioni e che - poiché sono tante voci da fare un coro - e che soverchiano, se lo spirito non è ben robusto, la voce solitaria dello spirito che ricorda la sua nobiltà di figlio di Dio.

Perciò - meno che per questo ricordo santo che bisognerebbe sempre più aizzare e tenere vivo e forte - perciò per essere perfetti come discepoli bisogna sapere dimenticare se stessi, in tutti i ricordi, le esigenze, le pavide riflessioni dell'io umano. In questa prima prova, fra i miei dodici, coloro che hanno più dato sono coloro che più si sono dimenticati.

Dimenticati non solo per il loro passato, ma anche nella loro limitata personalità. Sono coloro che non si sono più ricordati di ciò che erano e si sono talmente fusi a Dio da non temere. Di nulla.

Perché le sostenutezze di alcuni? Perché si sono ricordati i loro scrupoli abituali, le loro abituali considerazioni, le loro abituali prevenzioni.

Perché le laconicità di altri? Perché si sono ricordati le loro incapacità dottrinali e hanno temuto di fare brutte figure o di farmele fare.

Perché le vistose esibizioni di altri ancora? Perché questi si sono ricordati le loro abituali superbie, i desideri di mettersi in vista, di essere applauditi, di emergere, di essere "qualcosa".

Infine, perché l'improvviso svelarsi di altri in una rabbinica oratoria sicura, persuasiva, trionfale? Perché questi, e questi soli - così come quelli che fino allora umili e cercanti di passare inosservati e che al momento buono hanno saputo di colpo assumere la dignità di primato a loro conferita e non mai voluta esercitare per tema di troppo presumere - hanno saputo ricordarsi di Dio. 

Le prime tre categorie si sono ricordate dell'io inferiore. L'altra, la quarta, dell'io superiore, e non hanno temuto. Sentivano Dio con sé, Dio in sé, e non hanno temuto. Oh! santo ardimento che viene dall'essere con Dio!ĺ